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SVIZZERA

La Nati multiculturale conquista anche l'UDC: «Sono i migliori»

Sedici dei 26 giocatori hanno un passato migratorio e si riaccende il dibattito sull'efficacia dell'integrazione
La Nati multiculturale conquista anche l'UDC: «Sono i migliori»
Imago / KAMIL KRZACZYNSKI
Fonte Tages-Anzeiger
La Nati multiculturale conquista anche l'UDC: «Sono i migliori»
Sedici dei 26 giocatori hanno un passato migratorio e si riaccende il dibattito sull'efficacia dell'integrazione

ZURIGO - «Gli stranieri sono sempre stati più bravi». Con questa affermazione il consigliere nazionale UDC Andreas Glarner riassume il paradosso emerso durante i Mondiali di calcio: il successo della nazionale svizzera sembra aver convinto persino alcuni dei più noti critici della migrazione, riaccendendo il dibattito sull'identità nazionale e sull'integrazione.

Quasi due terzi dei giocatori della nazionale, 16 su 26, hanno infatti origini straniere. Le loro radici affondano in Camerun, Nigeria, Congo, Senegal, Kosovo, Macedonia del Nord, Turchia, Cile, Spagna e Repubblica Dominicana. Una composizione che riflette la società svizzera di oggi: il 41% della popolazione ha un passato migratorio, ossia è composto da persone naturalizzate, figli di immigrati o residenti senza cittadinanza elvetica. In alcuni cantoni la quota è ancora più elevata: raggiunge il 66% a Ginevra e il 47% a Zurigo.

Glarner: «Gli stranieri? Giocano a calcio meglio di noi»
E se fino a pochi anni fa il gesto dell'aquila a due teste o il mancato canto dell'inno nazionale alimentavano accese polemiche, oggi il clima appare profondamente cambiato. A differenza dell'ex primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, che ha suscitato indignazione sostenendo che la Francia disponesse di una squadra di altissimo livello «ma senza francesi», in Svizzera la Nati multiculturale ha raccolto consensi perfino tra gli esponenti più intransigenti dell'UDC. Come riporta il Tages-Anzeiger, Glarner (UDC/AG) si è detto entusiasta delle prestazioni della squadra: «Sono semplicemente i migliori che abbiamo e sono grato che giochino per noi, che si impegnino per il nostro Paese. Alcuni adesso cantano perfino l'inno nazionale». Il consigliere nazionale elogia il percorso della Svizzera, pur non rinunciando a qualche critica arbitrale: «Anche se, certo, una simulazione del genere non è accettabile. Sarebbe stato ingiusto assegnare il cartellino giallo all'argentino. Comportamenti del genere devono essere sanzionati».

Glarner non nasconde però che preferirebbe vedere una maggiore presenza di «svizzeri di origine» nella nazionale. «Il fatto che siano di più quelli con radici straniere dimostra semplicemente che sono migliori di noi. Evidentemente non ci sono abbastanza svizzeri autoctoni abbastanza forti. Siamo arrivati fin qui solo grazie ai nostri migranti», afferma. Una realtà che, a suo dire, non è affatto nuova: «Era così già quarant'anni fa».

Stranieri accettati, ma tutto dipende dal loro grado di successo
Sulla stessa linea si colloca anche Therese Schläpfer, consigliera nazionale UDC del Canton Zurigo, da tempo nota per le sue posizioni critiche sull'immigrazione. A suo avviso non è un problema che due terzi della nazionale abbiano un passato migratorio. «Se anche i richiedenti l'asilo dimostrassero lo stesso livello di integrazione e la stessa disponibilità a impegnarsi, non avrei assolutamente alcun problema con il sistema dell'asilo», afferma. Schläpfer si chiede inoltre se risultati di questo livello possano essere raggiunti anche con una squadra composta esclusivamente da «svizzeri autoctoni». E sostiene: «Nell'hockey su ghiaccio siamo molto forti anche senza immigrati. Dovrebbe essere possibile anche nel calcio».

Per Artan Islamaj, codirettore dell'Istituto Nuova Svizzera, questa apertura nei confronti della multiculturalità resta però strettamente legata al successo individuale delle persone con un passato migratorio. Una lettura condivisa anche dalla copresidente del PS Mattea Meyer, secondo cui l'accettazione da parte di esponenti dell'UDC è ancora «dipendente dai risultati». La nazionale, osserva invece, incarna «la realtà svizzera di oggi», ormai «non più fatta soltanto di Müller e Meier».

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