Perché essere gentili quando si può essere scortesi? Maleducazione e malessere dell’odierna società

Elio Del Biaggio, ingegnere, consulente e comunicatore.
Viviamo in una società sempre più veloce, connessa e tecnologicamente evoluta, ma non necessariamente più educata. Anzi, sembra talvolta che la cortesia sia diventata un comportamento fuori moda, quasi un segno di debolezza. Un “buongiorno”, un “grazie”, un “per favore”, una porta tenuta aperta o semplicemente un po’ di attenzione verso chi abbiamo davanti sembrano gesti sempre meno scontati. Perché essere gentili quando si può essere scortesi? È una domanda provocatoria, ma non così lontana dalla realtà quotidiana.
Lo vediamo tra giovani e meno giovani, per strada, nei negozi, negli uffici, sui mezzi pubblici, al telefono e persino nei rapporti professionali. Non è una questione di età: la buona educazione non appartiene a una generazione più di un’altra, così come la maleducazione non ha una carta d’identità. Ci sono ragazzi educatissimi e adulti incapaci di salutare, così come persone anziane che rappresentano ancora un esempio di cortesia e altre che hanno dimenticato il rispetto per chiunque.
Il problema è che piccoli gesti che un tempo sembravano naturali stanno diventando sempre meno frequenti. Salutare entrando in un ufficio o in un negozio, ringraziare chi ci presta un servizio, chiedere qualcosa con gentilezza, lasciare passare una persona, rispettare chi sta aspettando il proprio turno: sono comportamenti semplici, ma raccontano molto della nostra educazione e del rispetto che abbiamo per gli altri.
E non parliamo poi dei falsi e degli opportunisti, di chi usa la gentilezza come una maschera, mostrandosi disponibile quando conviene e comportandosi diversamente quando non ha nulla da guadagnare o nessuno da impressionare. Perché la vera gentilezza non cerca vantaggi, non pretende riconoscimenti e, soprattutto, non cambia a seconda delle convenienze.
E lo stesso vale per il rispetto di ciò che appartiene a tutti: il bene comune. La cosa pubblica non è “di nessuno”: appartiene a tutti e, proprio per questo, dovrebbe essere rispettata e tutelata. Eppure, basta guardarsi intorno per vedere rifiuti abbandonati per strada, bottiglie, cartacce, confezioni, mozziconi e ogni genere di oggetto lasciato dove capita. Ci indigniamo quando troviamo sporco davanti a casa nostra, ma talvolta siamo gli stessi a sporcare gli spazi pubblici, come se ciò che è collettivo non fosse davvero responsabilità di nessuno e come se qualcun altro avesse sempre il compito di raccogliere, pulire e rimediare alle nostre mancanze. È una contraddizione che dice molto del nostro rapporto con il bene comune: pretendiamo che venga rispettato dagli altri, ma non sempre siamo disposti a rispettarlo noi per primi.
Il rispetto dovrebbe cominciare da casa, ma non fermarsi davanti alla porta. Dovrebbe accompagnarci a scuola, per strada, nei luoghi pubblici, nei negozi, sui mezzi di trasporto e sul posto di lavoro, traducendosi anche in semplici gesti di attenzione e responsabilità: rispettare gli spazi comuni, chiudere porte e finestre quando non servono, spegnere le luci inutilmente accese e raccogliere i rifiuti in modo ordinato e centralizzato, evitando di distribuirli in più cestini che qualcuno dovrà poi svuotare singolarmente. Perché anche il modo in cui utilizziamo gli spazi, le risorse e i servizi che abbiamo a disposizione è una forma di rispetto verso gli altri e verso la collettività.
Anche sul lavoro, infatti, educazione e rispetto sembrano talvolta essere diventati opzionali. Si interrompe un collega, non si risponde a un messaggio, si arriva senza salutare, si pretende anziché chiedere, si scaricano sugli altri compiti e responsabilità che non si vogliono assumere. E c’è chi, uscendo a lungo per altri impegni o al termine della giornata, lascia accese luci, computer e apparecchiature come se energia e risorse fossero gratuite e infinite, e come se a nessuno spettasse il compito di spegnerle. E persino il telefono cellulare, che dovrebbe essere uno strumento di lavoro e comunicazione, diventa spesso fonte di distrazione, isolamento e disattenzione verso chi abbiamo accanto e, soprattutto, verso il lavoro e il dovere per i quali siamo pagati. Perché anche sul posto di lavoro educazione, rispetto e senso di responsabilità dovrebbero essere parte integrante della professionalità.
Non si tratta semplicemente di rimpiangere il passato o di sostenere che “una volta era tutto meglio”: ogni epoca ha avuto le proprie debolezze. Ma una società che perde progressivamente il senso del limite, della responsabilità e del rispetto rischia di diventare più difficile da vivere per tutti.
La maleducazione, inoltre, genera altra maleducazione. Chi viene trattato male può essere portato a reagire nello stesso modo; chi viene ignorato può diventare insofferente; chi assiste continuamente a comportamenti incivili rischia, poco alla volta, di considerarli normali. È così che ciò che un tempo sarebbe stato ritenuto inaccettabile finisce per diventare una consuetudine, qualcosa che si accetta semplicemente perché “si è sempre fatto così”.
Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta: un saluto, un sorriso, un grazie, un “per favore”. La pazienza di ascoltare, il rispetto per chi lavora, l’attenzione verso chi è più fragile. Un rifiuto gettato nel cestino anziché per terra, un ambiente lasciato pulito dopo il nostro passaggio. Una scrivania, un ufficio o uno spazio comune riconsegnati come li abbiamo trovati. E, soprattutto, il rispetto delle regole anche quando nessuno ci controlla. Sono gesti semplici, quasi banali, ma è proprio dalla loro ripetizione quotidiana che nasce la civiltà. Perché il rispetto non si dimostra nelle grandi occasioni, ma soprattutto nelle piccole cose, quando nessuno ci obbliga a comportarci bene.
Essere gentili non significa essere ingenui, deboli o sottomessi. La gentilezza può convivere con la fermezza, così come l’educazione non impedisce di dire di no. Significa semplicemente scegliere di non rendere più difficile la vita agli altri quando non ce n’è alcun bisogno.
Forse dovremmo tornare a insegnare e soprattutto a praticare l’educazione, non soltanto ai giovani ma a tutte le generazioni. Perché l’esempio degli adulti conta quanto le parole rivolte ai ragazzi. Non possiamo pretendere giovani rispettosi se siamo i primi a ignorare le regole, a sporcare gli spazi pubblici, a trattare male chi lavora o a confondere la prepotenza con l’autorevolezza.
Una società civile non si misura soltanto dalla ricchezza, dalla tecnologia o dalle infrastrutture. Si misura anche dal modo in cui le persone si salutano, si ascoltano, si rispettano e si comportano nei confronti degli altri e della cosa pubblica. E allora la domanda potrebbe essere capovolta: perché essere scortesi e maleducati, quando essere gentili e educati costa così poco?
Forse perché abbiamo dimenticato che la buona educazione non è una formalità del passato, ma una forma concreta di civiltà. E che il rispetto degli altri, degli spazi comuni e dell’ambiente che ci circonda non dovrebbe dipendere dalla presenza di una telecamera, di una sanzione o di qualcuno pronto a controllarci, ma dovrebbe dipendere semplicemente da noi.
Perché essere civili quando nessuno ci guarda è forse il modo più semplice e sincero per dimostrare di esserlo davvero.



